Chi si rammenta del qualunquismo forzato? Della beneficenza controvoglia? Della fatica di passare da una macchina da scrivere a un computer? Della bellezza dei vinili? Dell'inutilità delle feste comandate? Della tristezza di fondo della musica, perché la vera musica può esprimere solo tristezza, la tristezza e lo sconforto di non essere come si vuole, perché a musica in realtà è come vorremmo essere. Chi si ricorda dei visi che ci circondavano quando eravamo bambini? E dei nostri obliati trastulli (leggi giocattoli infantili)? E delle urla di un concerto, il nostro primo concerto? E chi ha dimenticato la prima volta che ci siamo messi la matità sugli occhi, che abbiamo creduto di essere alternativi?
Chi sopporta la durezza, la pragmaticità del terreno a cui siamo giunti? Chi sopporta il dover guardare ancora più in basso? Perché dobbiamo sempre aspettarci il peggio? Chi non ha voglia di abbandonare il corpo per trovare la nostra isola? Isolati siamo noi. Nudi e crudi di fronte alla realtà.
Egregie Banalità, mi riconduco a voi, infine.
E poi c'era un giorno in cui le persone si accorgevano l'una dell'altra, e si giravano guardandosi come stupite di non essere sole come credevano. Questi esseri, labili e volubili come volute di fumo di una sigaretta francese, fragili come bolle di cristallo, amabili e sensibili come soffio di brezza che accarezza il viso senza scombinare capelli, questi esseri, vivevano a distanza l'uno dall'altro, se non per qualche strano segno del destino. Erano destinati a soffrire sempre, tra quelli di loro che erano felici, pochi se ne contavano quelli veramente felici. Spesso conoscevano altri esseri, che infettano il mondo come zizzania, come erba amara, come erba cattiva che strappa le radici dei fiori. Spesso questi esseri venivano a contatto con la cattività e la cattiveria, e allora dovevano o fuggire o soccombere. Ma spesso, sappiamo che poche sono le cose fragili che hanno la capacità di opporsi al soffio del vento, e alla corrente del mare, e così finivano per essere calpestati, derisi, illusi e uccisi, soffocati, breve vita e termine ultimo del loro respiro.
Ma c'erano giorni in cui, capitati tra loro stessi, si riconoscevano e si invocavano, cercando di rimanere legati ai loro comuni appigli, per rimanere uniti, per non essere distrutti e devastati. Spesso dovevano sforzarsi e sopportare soprusi enormi per poter aggrapparsi l'un l'altro, ma una volta successo, non potevano poi fare a meno l'uno dell'altro.
"Voce soave, e creatività. Sopportami, e rimani appigliata a me. Come scorrere le mie dita su altra superficie che non sia la tua pelle liscia, io soffrirò in eterno senza il tuo viso, senza il tuo amore, senza le tue labbra. Senza il tuo profumo, a cui mi appiglio ogni notte, a cui dono la mia anima"
